«Da non vedente, ho scolpito l’uomo della Sindone»

Un'opera artistica e un'opera di fede: è la scultura Ecce homo secondo la Sindone, realizzata dall'artista non vedente Andrea Bianco dopo aver ascoltato una conferenza sulla Sindone della professoressa Emanuela Marinelli. «Volevo rappresentare correttamente ciò che Gesù ha patito»

L’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ha festeggiato i quindici anni dall’inaugurazione della sua Mostra Permanente della Sindone. Lo ha fatto accogliendo al suo interno un’opera più unica che rara: la rappresentazione del volto dell’Uomo della Sindone, realizzata dallo scultore non vedente di Bolzano Andrea Bianco. L’opera, denominata Ecce Homo secondo la Sindone, è stata realizzata sotto la supervisione della sindonologa Emanuela Marinelli, ed è stata presentata sabato scorso al Regina Apostolorum, alla presenza dell’artista, della professoressa Marinelli, di padre Rafael Pascual LC, direttore di Othonia (associazione internazionale che promuove la conoscenza della Sindone nel mondo), di Giuseppe De Micheli, già segretario generale dell’Opera di Santa Croce di Firenze, e di padre Michael Ryan LC, cappellano della Regina Apostolorum, che ha benedetto l’opera inaugurata. In videoconferenza ha inviato i suoi saluti Bruno Barberis, direttore del Centro di Sindonologia di Torino.

Quella di Andrea Bianco è un’“opera artistica ma anche scientifica”, ha affermato la professoressa Marinelli. È inoltre “un’opera di fede”, ha aggiunto la sindonologa, “un’opera viva, che parla e da cui non si può distogliere lo sguardo”. Con Ecce Homo, l’autore ha mostrato qualcosa che vuol essere come un “pugno nello stomaco”, mostrandoci com’è diventato Gesù “per colpa nostra” e dei nostri peccati. Uno sprone a domandarci se, davanti alla Passione, vogliamo essere “Giuda o il Cireneo”, “come Giovanni e Maria o come quelli che volevano insultarlo”, come “il buon ladrone e il cattivo ladrone”.

A margine dell’incontro, Andrea Bianco ha raccontato alla Nuova Bussola Quotidiana la sua esperienza di vita e lo spirito che anima la sua arte.

Andrea Bianco, come nasce il suo approccio alla scultura?
Nel 2010, navigando su Internet, scoprii che i non vedenti possono lavorare l’argilla. Da quel momento iniziai a modellare l’argilla io stesso, passando poi al marmo, al legno e al bronzo. Con il legno ho fatto tre anni di formazione con uno scultore tedesco in Germania: lui pensò semplicemente a insegnarmi qualche taglio, a riprodurre forme piane, concave e convesse ma da lì ho imparato a scolpire il legno, utilizzando solamente tatto e udito. È stato quindi un grande arricchimento reciproco.

In seguito, si è anche impegnato per la promozione di percorsi tattili nei musei, per persone non vedenti…
Di musei con questi percorsi, in cui è permesso ai non vedenti di toccare le sculture, ne stanno nascendo molti. È sicuramente un passo importante, tuttavia non esiste una vera formazione artistica per i non vedenti che vogliano imparare a scolpire. In questo ambito sto spingendo molto, anche in prima persona.

Cosa l’ha spinta a realizzare un’opera così impegnativa come Ecce Homo secondo la Sindone?
L’idea è nata dopo la mia partecipazione a due conferenze della professoressa Marinelli: la prima riguardava l’intero corpo della Sindone, nella seconda si analizzava nello specifico il volto dell’uomo della Sindone. La spiegazione mi aveva profondamente colpito. Ho quindi compreso che dovevo realizzare quest’opera, che di per sé è quasi una follia, in primo luogo perché bisogna trasformare un’immagine bidimensionale in tridimensionale, il che è già di suo non semplice, tanto più per una persona non vedente, che non ha mai visto la bidimensionale. Dirò di più: dal punto di vista logico è impossibile! Per quello che mi riguarda, però, più un obiettivo è difficile, più mi stimola e diventa una sfida. Ho quindi contattato la professoressa Marinelli, la quale, ogni giorno, attraverso messaggi su WhatsApp, mi ha guidato in questo lavoro, spiegandomi come trasformare un soggetto normale, semplice ed anatomicamente corretto in un’opera che fosse il più simile possibile a ciò che la Sindone ci trasmette. L’uomo della Sindone, ad esempio, ha il naso schiacciato e piegato di fianco, un occhio è tumefatto, manca un lembo della barba. Altra caratteristica è il colpo di lancia e di bastone sullo zigomo. Sulla fronte, c’è un rivolo di sangue a forma di numero tre. La corona di spine, infine, è un vero e proprio casco. La Sindone, quindi, ha caratteristiche ben precise e ho cercato di riprodurle, per far sì che vengano restituite le indicazioni della sofferenza di Cristo nella Passione.

La professoressa Marinelli ha definito la sua scultura un’“opera di fede”…
Direi che è soprattutto un’opera di fede. Poi, può anche essere considerata un’opera d’arte ma sono certo vi siano tanti artisti che hanno rappresentato Gesù meglio di me… Il mio scopo, comunque, non era tanto quello di realizzare un’opera “bella”, quanto un’opera che rappresentasse correttamente ciò che Gesù ha patito.

Lei è sempre stato un uomo di fede?
Prima dell’incidente in cui io persi la vista (avvenne nel 1991, avevo 21 anni), di fede non ne avevo proprio. Credo che quell’incidente sia stato voluto da Dio, perché un suo figlio si stava perdendo per strada e Lui voleva rimetterlo in carreggiata. Ho sempre visto in quell’incidente un atto di grande misericordia.

Le sue opere hanno anche una funzione evangelizzatrice?
Non realizzo soltanto opere sacre, molte sono a sfondo “laico”. Il mio scopo, comunque, è sempre quello di arricchire umanamente, emotivamente e spiritualmente le persone, perché, secondo me, fondamentalmente l’arte nasce con questo obiettivo. Oggi, è vero, assistiamo alla deriva di un’arte gridata, “graffiata” e mescolata al business. Rimango, però, dell’idea che, sia attraverso l’arte sacra in senso stretto, sia attraverso l’arte profana, le persone possano alzare lo sguardo. Ho incontrato persone che, dopo aver visitato una mia mostra, mi hanno domandato: lei ha fede? Io della mia fede nemmeno gliene avevo parlato ma loro l’avevano percepita. Anche quando realizzo sculture di soggetti femminili, non mi interessa che esaltino l’aspetto estetico o esteriore della donna. Al contrario, io le impoverisco esteriormente, per far sì che sia messa in risalto la parte interiore della donna, che rivela quelle caratteristiche che l’uomo non ha: spiccata sensibilità, delicatezza, emotività. Tutto questo è importante portarlo alla ribalta, specie in un momento storico in cui, più che mai, la donna è strumentalizzata e banalizzata.

Ha già in cantiere nuovi progetti?
Il bozzetto di questo lavoro andrà presto al Museo dei Bozzetti di Pietrasanta. Di opere ne ho in mente tante, per ora posso dire che la mia collaborazione con la professoressa Marinelli sta proseguendo e che, in tempi brevi, vi riserveremo una nuova sorpresa.

Tratto da La nuova bussola

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